News Pastorale


 

Ciristianità ed Europa

Manifesto Creato

INFO VEGLIA PENTECOSTE

Locandina Nocciolo Cava

accoglienza reliquie beati Beltrame Quattrocchi

festa s. giuseppe 2017

manifesto Napoli

Invito CACCIARI 2016

veglia2016

LocandinaLaudatoSi

loc cacciari 2015

ricostruirelacitta

LocandinaCreato2015web 001

Locandina 27 giugno Pozzuoli

compendio dottrina sociale chiesa

immagine CHICCO DI FRUMENTO p1

 

 

 

 

 

Il decalogo della pastorale del mondo del lavoro

 

Papa Paolo VI, Discorso ai sacerdoti incaricati della Pastorale del lavoro in Italia,

così come si è potuto raccogliere dalla viva voce del Santo Padre, 4 dicembre 1971

Sappiate la nostra affezione

Ci è sempre facile, per grazia di Dio, dire quanto ci sia grato al cuore nell’incontrarci con chi è della nostra Chiesa, con chi è al nostro ascolto o con chi viene da lontano, o con chi è in particolari bisogni, ecc… Dobbiamo dire la stessa cosa, ma con un accento particolare, anche per questa udienza a voi cari fratelli, reduci da una grande bufera: animati da una grande voglia di ripresa. Vi vediamo molto volentieri, proprio per questo affetto che portiamo nel cuore da sempre, specialmente da quando, ragazzi, abbiamo frequentato gli ambienti del nostro movimento sociale, le nostre opere, le nostre associazioni; da quando sono state fondate le ACLI, subito dopo la guerra, con quale cuore, con quale speranza, con quale ardimento, con quali propositi, di autenticità, di fedeltà, di avere la ispirazione del Signore, per i bisogni che avevamo davanti, e per l’interpretazione dei sentimenti tumultuosi, ed anche tanto semplici, di chi aveva subito la grande tragedia della guerra e si rimetteva a lavorare. è vero, noi vogliamo essere in armonia con tutti i pastori, i preti, i vescovi, e vogliamo assistere questa classe di lavoratori in una maniera più nuova, più cordiale, più netta, più specifica.

Davvero, carissimi confratelli, noi sentiamo profondamente, oltre le parole che vi stiamo per dire e oltre gli atti che potremo fare, la vostra grande missione, la missione che la Chiesa vi impone: portare Cristo alla classe operaia; servire, amare, educare, formare la classe operaia. Cristo non deve essere estraneo a questa manifestazione della società.

Invece di essere scoraggiati dalla situazione in cui ci troviamo, e dalle previsioni che è facile anti-vedere, dovete essere ancora più convinti, che la Chiesa vi manda, che la causa di Cristo per il bene del nostro prossimo, di questo nostro prossimo, lo esige. Merita dare la propria esistenza, la propria attività, dare la propria vita per questa causa; merita, carissimi fratelli, che ad essa vi dedichiate davvero “toto corde”.

Il risultato? Ma il risultato non dobbiamo, direi, mai pretenderlo in anticipo, perché dobbiamo lasciarlo al Signore, il quale ci domanda di lavorare, non ci chiede dei risultati; ci domanda di darci, non di essere graditi per ì risultati della nostra opera; anche quello, Dio voglia. Ma non è dai risultati che noi partiamo per un programma di assistenza religiosa nel mondo operaio, ma partiamo perché sentiamo il grande dovere, il grande bisogno, il grande amore, l’urgenza evangelica che ci spinge a questa dedizione, e cerchiamo di essere saggi, di essere sapienti, di essere formati, di essere moderni, di essere agili, di essere capaci, di modellarci secondo le circostanze che ci rincorrono, pur di essere efficaci; ma se l’efficacia mancasse, basta che ci sia il sacrificio della dedizione di noi stessi.

Come vi dicevamo, sentiamo “compassione interiore”, un affetto particolare, una partecipazione spirituale, personale e profonda, per questa vostra venuta, per questa vostra presenza, e vi siamo obbligatissimi perché siete venuti, e accettate di riprendere la conversazione, di trovare un’altra forma del vostro ministero, del vostro apostolato.

Ma sappiate che la nostra affezione, la nostra solidarietà, la nostra “compassione”, vi sono assicurate in Nostro Signore.

Avevamo pensato tutt’altro da quello che vi stiamo dicendo, ma sarà per un’altra volta. Oggi vorremmo offrirvi una specie di decalogo della pastorale del lavoratore. Ed eccone i punti.

1. Avvicinare i lavoratori

Per prima cosa bisogna avvicinare i lavoratori. Sembra un truismo, ma sappiamo bene che non è così. Perché? Perché negli altri ministeri sono loro che vengono, in cerca di noi. Nella Parrocchia è lì che aspetta il parroco, che aspetta il vice parroco; e cioè sono loro in genere che “cercano”.

Gli operai, a causa del fenomeno del lavoro, come si sviluppa nella nostra società, vivono lontani, e vi è l’assenza di questa clientela. La prima cosa da fare è di mettersi in cammino, bisogna che vada io a cercare, se sono un buon pastore; la prima regola è che non posso più stare alla mia tavola, stare nella mia canonica, o stare nel mio studio ad aspettare di essere circondato da anime imploranti e recettive, bisogna che vada in mezzo ad un campo che è lontano, che sembra a tutta prima refrattario, già solidificato contro di me, contro il mio ministero; eppure lì devo andare!

Dove sono? Ecco che allora il quadro mi si presenta davanti. Dove sono? Sono nelle fabbriche, sono negli uffici, sono nei tram, sono nelle ferrovie, non lo so. Ma bisogna che io vada, esca. Mi metto in cammino, divento pellegrino in cerca della pecorella non smarrita, ma lontana. Questa è la prima cosa.

2. Uno sforzo per comprendere

Il secondo è uno sforzo di comprendere. Mentre di solito il vice parroco, il parroco credono di sapere già tutto, di essere maestri: so come governare la parrocchia, quante volte lo abbiamo sentito dire!

Qui invece diventiamo alunni, diventiamo allievi di questa fenomenologia, cioè di queste varie forme con cui si esprime e si compagina la società, a cui io devo andare. è perciò indispensabile uno studio sopra questa sfera, sopra questo scenario, a cui deve dirigersi la nostra azione pastorale: lì devo essere pronto, devo essere informato; non posso darmi all’empirismo, alla provvisorietà o alla improvvisazione. Devo essere onestamente informato, e quindi qualche ora di lettura, di discussione, di partecipazione a questi convegni, che sono in fondo degli allenamenti a questa funzione provvida e specifica in questo campo di lavoro; provvida e doverosa. Il prete che vuole fare dell’apostolato, deve conoscere dove si applica; non bisogna essere dei generici. Bisogna fare il lavoro specifico e quindi bisogna conoscere i diversi aspetti, di cui il mondo del lavoro è attraversato: i fenomeni sociali e politici, ecc..

E devo avvertire che questo mondo lavoratore, nei miei riguardi, di portatore della parola del Signore, accusa un senso di inferiorità; si sente appartenente ad una classe ineducata o emarginata, come si dice, o, per lo meno, ad una classe dominata da questo famoso termine, facilmente equivoco, di capitalismo. E devo andare a questa massa (la chiamiamo massa, ma è un termine quanto mai antiscientifico), a queste categorie, a queste specificazioni dell’attività umana, sapendo dove vado e sapendo che vado verso povera gente; gente che è stata disgraziata, gente che non ha l’eredità che hanno gli altri, e, quindi, devo andare anche con maggiore passione, perché sento risuonare alle orecchie la parola di presenza e di amore, che Cristo ha avuto per i poveri.

E poi eccone la conoscenza della loro psicologia: che cosa pensa questa gente: la rivoluzione, perché questa analisi, e vediamo che cosa significa, quello che c’è di più profondo, di più onesto …

I lavoratori cercano di essere riabilitati, di essere ammessi ad un livello di uguaglianza.

Respingere questi dati? Ma è una realtà …

Se guardo un po’ da vicino, gli uomini sono tutti uguali, il Vangelo li considera tutti fratelli. Dio non esclude questa base di partenza: desidero di essere uguale agli altri, di avere una uguaglianza di diritti fondamentali, almeno comune. E di più sono in un campo dove ora si ara, si lavora, si trasforma, dove, cioè, il fenomeno economico si pronuncia in una maniera che deve essere di per sé redditizia: “gli altri fanno soldi e io niente, io sto a vedere”.

Devo conoscere questi ed altri sentimenti, queste aspirazioni fondamentali del mondo del lavoro, per essere capace per lo meno domani di scambiare qualche parola …

3. I lavoratori sono soggiogati da ideologie diverse:comunismo e liberismo

Purtroppo il mondo del lavoro è attraversato, da un secolo a questa parte, da ideologie che non sono tutte rette, anzi sono lontane dalla visione evangelica. l lavoratori non sono più individui atoni e refrattari al pensiero; sono incapaci di fare dei grandi ragionamenti, ma sono imbevuti di queste ideologie: materialismo, fatalismo, determinismo, ecc., quando ieri erano invece imbevuti da altre idee: liberalismo, ecc…

In questa atmosfera troviamo certamente contrasti, andiamo in un campo non pacifico; ci sono lotte o scatenate sulla piazza o furenti negli animi, o che bollono negli spiriti di odio, di rivincita, di egoismo, di antisocialità. Bisogna fare della socialità, ma bisogna sapere che andiamo in questa siepe piena di spine che mi strazierà, che mi farà male, perché mi metterà di fronte a certe realtà, che forse non avrei capito, se non avessi avuto l’esperienza di questo contatto diretto.

4. La certezza che noi abbiamo un messaggio che non dobbiamo mutuare dagli altri

Il decalogo ci porta al quarto punto: la certezza che noi abbiamo un messaggio, che non dobbiamo mutuare dagli altri; e non dobbiamo deformare quello che ci è stato insegnato dalla nostra educazione ecclesiastica per adottarlo. Siamo come vuole il Vangelo. è valido? è capace di portare la parola liberatrice, la parola umana per aiutare questi fratelli che lavorano, ad essere degni della grande comunione soprannaturale della Chiesa? Noi diciamo di sì. Anzi, parlando a preti, diremmo: approfondite nel vostro cuore questa certezza. Non andate coi dubbio nel cuore, non andate con esitazione, non fate la problematica contestativa verso voi stessi, non mettete in discussione il sillabario, diciamo così, della certezza cristiana della fede, perché allora è inutile, allora non farei che irritarmi contro me stesso, contro la Chiesa, ed ottenere un risultato piuttosto negativo che un risultato positivo …

Se cercherò di assecondare l’onda delle passioni o della moda; o dei luoghi comuni, è perché non ho più la mia personalità, la certezza della mia fede che Cristo è più forte, e può davvero fulminare queste anime di felicità, di beatitudine. Beati i poveri, beati coloro che soffrono, beati gli affamati, ecc. Questi non devono abbandonare questa certezza. Sono apostolo, sono missionario, sono davvero mandato per portare un messaggio, che altrimenti non arriverebbe a loro …

5. Far sentire ai nostri lavoratori che non andiamo come colonialisti

Dobbiamo far sentire ai nostri lavoratori che non andiamo come colonialisti, come gente che ha un interesse proprio da scontare o qualche cosa da sovrapporre, ma andiamo per amare, per questa precisa e totale espressione cristiana e genuina della carità, andiamo per diffondere, per far loro sentire che hanno qualcuno, che non sono più soli;, che c’è qualcuno che li ascolta, che si mette al loro fianco, qualcuno che condivide, che assume anche la forma esterna della loro maniera di esistere nella società, pur di allinearsi con amore al loro livello e alla loro statura. Specialmente se questi sono i poveri, sono gli indifesi, il prete è vicino.

Noi abbiamo assistito (adesso non parliamo di questo, perché meriterebbe un discorso a sé) all’opera dei preti operai; la loro testimonianza è rivelatrice di autentico spirito missionario, se anche a volte hanno assunto espressioni che noi non condividiamo. Bisogna far sentire all’operaio che noi siamo colleghi, che noi siamo con loro, che gli vogliamo bene, non soltanto perché appartengono ad un elenco di persone che conosciamo, ma perché sono la tale persona A, la tal persona B; e se è ammalato lo andiamo a trovare, se si sposa gli mandiamo gli auguri, facciamo festa con lui, ecc.; che condividiamo la loro sorte, perché è dei nostri.

6. Il lavoro

E poi c’è il lavoro. Voi avete certamente cognizioni più aggiornate, più complete di Noi. Ma il fatto è che gli assistenti di lavoratori debbono avere una dottrina, adesso si dice una teologia, una teologia del lavoro, dell’opera umana, applicata allo sforzo materiale, allo sforzo esteriore, allo sforzo trasformatore della materia umana. Il sapere che cosa, è questo fenomeno e avere qualche idea più chiara, più approfondita (e qui c’è un altro capitolo della ‑nostra formazione ecclesiastica), più meravigliata e più ottimista, che non abbia forse un povero contadino che va a lavorare il campo … il sentire che cos’è il mistero della materia (questo è il 10 capitolo) e quindi che cos’è la fatica umana, combinata con la resistenza della materia stessa, l’arare l’opera inerte, cieca e insensibile della creazione. Andiamo alla prima pagina della Genesi: “lo mise per operare”.

La grande scena della storia è davanti a me. Ed allora, dalla pura considerazione della materia inerte passo all’ammirazione della natura: la natura è bellissima. il prete deve essere lui un poeta, lui un entusiasta, lui che dà la capacità della visione estetica, (anche se siamo in una fabbrica, se siamo in una fonderia e sembra di essere in un inferno); per vedere che non solo vi applico lo strumento, ma applico un’idea: è la scienza quella che ha prodotto tutto questo mondo! è il pensiero che si é curvato sopra l’opera umana.

Che differenza c’è tra un uomo civilizzato della nostra società e uno che vive in qualche paese sottosviluppato del mondo? Che quello è riuscito a strappare quella scienza, che gli ha dato poi la capacità di dominare, di trasformare, perché ha conosciuto, perché ha studiato… ecc.; si è sacrificato sopra ed ha trasformato la scienza in tecnica, cioè la capacità di dominare e di rendere utile la materia, che per sé era inutile, resistente, e nemica; ha cioè realizzato il fenomeno economico; è l’impegno reso utile in qualche modo alla vita dell’uomo.

Ora tutto questo dovrebbe essere una prima lezione che possiamo dare ai nostri lavoratori, anche per rasserenarli… Il che vuol dire che questo lavoro, invece di essere solo una fatica ingrata, e lo è, è anche e soprattutto una esplicazione dell’uomo, della sua personalità, nel duello, nella sfida, nella lotta della materia inerte e nemica. E bisogna vedere, quindi, un dramma del lavoro: il dramma umano che si associa alla materia; la fa diventare quasi membro del proprio essere, del proprio corpo, della propria esistenza.

Tutto questo è molto bello e potrebbe essere una lezione permanente, che sta nell’anima dell’assistente ecclesiastico per portare un po’ di vita in letizia, in umiltà: quante volte ci è parso sorprendere sulla faccia del lavoratore il senso della sua umiltà: “io sono ignorante, non sono andato a scuola, non sono ricco, sono capace soltanto di questo”; l’essere “capace soltanto di questo” è già una gradissimo cosa; io non sarei capace di piantare un chiodo, tu sei più bravo di me. Tu hai la capacità di dominare la materia che hai davanti, in una maniera che dà alla tua statura umana, una grandezza e una nobiltà che io devo ammirare. Appunto perché sei operaio, perché sei esecutore di un disegno di Dio, che vuole fare delle cose, degli strumenti per la spiegazione delle realtà umane e per servire i bisogni e quindi accrescere la statura e la grandezza dell’uomo.

Di qui il culto del lavoro. Crediamo che lo possiamo coltivare; coltivarlo non perché ci si fermi a guardare lo strumento, ma perché lo si veda come specchio della scienza e della capacità umana.

Questo lo si esprime soprattutto nel silenzio, che chiamiamo meraviglia… “che bella cosa”, “guarda questo gingillo”, “guarda questo orologio come è perfetto, guarda questa novità, che so io, chimica, fisica, la mia azione”; noi passiamo in mezzo alle ricchezze e alle bellezze della Creazione con distacco. No! Noi li dobbiamo abituare invece ad ammirare, a volere bene alle cose; ed allora, ripetiamo, si fa un certo silenzio esteriore, siamo nella predisposizione migliore per la preghiera, cioè per trascendere, nei limiti della materia che ho maneggiato e quindi mi ha infangato le mani, mi ha sporcato, ma dopo mi fa vedere quali virtualità c’erano in questa materia, quale capacità il Signore mi aveva dato e che cosa miracolosa può risultare dalla combinazione del cervello umano, con le virtualità di cui la materia lavorata, è densa di vie possibili.

7. La coscienza morale

Siamo al n. 7 secondo il decalogo: la coscienza morale.

La nostra prima lezione speculativa che possiamo dare .ai nostri lavoratori, e su questa sono sensibilissimi, è la giustizia, la libertà:… non soltanto quello che si ha il diritto di avere, ma quello che si ha dovere di fare, la deontologia del diritto.

Sono già importantissimi questi capitoli della Nostra attività apostolica: svegliare i diritti che sono conculcati, giacenti o dormienti nella classe operaia: guarda che devi essere di più, devi crescere, hai la vocazione a diventare uomo, come gli altri, ecc., e hai il dovere di fare questo e questo altro.

Bisogna essere veri; una bugia è una degradazione, rubare è un insulto non a quello che è stato derubato, ma prima di tutto a te stesso… Dare il senso del bene e del male, anche a livello naturale, è già una grandissima cosa; e noi crediamo che la classe lavoratrice sia sensibilissima a questo, sia una scolaresca idonea da trasportare, tanto che posso allargare subito la mia lezione e dire: Tu sei responsabile.

Ma di chi? Ma la tua coscienza. E poi?

E poi è la vita che ti circonda, se vuoi essere un essere sociale. Non devi commettere ingiustizie, con nessuno. Sei responsabile di fronte a qualche cosa di più.

Sei responsabile di fronte a Dio, sei responsabile per ridare il senso del bene e del male, misurato coi metro che va dalla terra al cielo, il metro, che chiamiamo con una parola negativa: del peccato; il senso del bene e del male che possiamo dire con una parola positiva: la virtù.

Allora ecco che siamo nella strada buona, nella strada maestra, ancora in campo naturale, ma che si apre verso le mete della Chiesa e del Vangelo.

E qui il paragrafo successivo viene immediatamente da sé.

8. La coscienza sociale

Oltre che la coscienza morale, la coscienza sociale. Prima diremmo il lavoro, la famiglia, se no è isolato. Tante volte noi vediamo questo smarrimento negli emigrati senza lavoro, in attesa di espatrio, senza sorte, con la insicurezza davanti, che è una tentazione… Invece c’è intorno una società, c’è una comunità, c’è qualcuno a cui appoggiarti, le mie braccia, la mia amicizia, vieni a casa mia, vieni che ti accompagno, vieni con la nostra associazione, vieni in questa comunità, in cui ci sentiamo amici, fratelli, ci sosteniamo, ecc..

Il senso sociale positivo. Noi siamo intossicati di senso sociale negativo. Abbiamo insegnato ad odiare, invece dobbiamo amare gli uomini, la società, tutti gli uomini e tutta la società; non dobbiamo l’amore alla “classe”; quando si comincia ad avere dei criteri restrittivi nei propri rapporti sociali, si formano egoismi, che diventano a loro volta cattivi e feroci.

9. L’azione

E poi l’azione. Bisogna, non soltanto conoscere, guardare, rendersi conto, formarsi una mentalità, ecc.: bisogna agire. E questo che viene quasi ultimo nel Nostro piccolo elenco, diventa la prima cosa: cominciamo a fare. Ad esempio: abbiamo dei colleghi ammalati? Facciamo qualcosa per loro; abbiamo dei disoccupati? Portiamoci tra quelli; abbiamo un’ingiustizia nella tal categoria? Nel tale fenomeno sociale? Combattiamo insieme, mettiamoci assieme, studiamo le soluzioni. Dare l’ottimismo e la fiducia nell’agire e nell’agire bene, nell’agire insieme, nell’agire conclusivo, nell’agire positivo. Anche in questo campo il prete può fare per sostenere nell’azione positiva che non si ferma al lamento e rifiuti i gesti violenti. Diamo questo senso della costruzione positiva della società, piuttosto della distruzione di una società che forse è crollante, e non meriterebbe di per sé tante cure. Diamoci il senso, ripeto, della costruzione, della coedificazione. la parola di Cristo “aedificabo Ecclesiam meam”, può essere trasferita anche in campo sociale, umano e naturale: io costruirò la mia società, costruirò la mia patria, costruirò la mia classe, costruirò la mia officina, …

10. L’annuncio di Gesù Cristo.

E da ultimo Cristo.

Qui bisogna giocare di fede; se il Signore mi mette la sua parola, il suo nome sulle mie labbra, agirà attraverso il mio ministero. Non sarò più solo quel giorno che io predico Cristo a queste anime, a questa gente che ne ha tanto bisogno e che, senza saperlo, ne è più degna, perché è più umile, più paziente, più laboriosa, più elementare, più positiva.

Vuoi che andiamo in Chiesa, vuoi che facciamo una festa per te, vuoi che prepariamo bene il battesimo del tuo bambino, vuoi che facciamo un pellegrinaggio insieme, vieni anche tu.

La classe operaia ancora oggi, grazie a Dio, in Italia, sente profondamente. Forse capiterà anche a voi ciò che è capitato tante volte a Noi, quando lavoravamo con gli studenti: diventano più cristiani, più esigenti, più insistenti, che non siamo noi, e sentiamo invece che in loro Cristo ha già preso fuoco, più che non lo abbia preso nel nostro ministero.

E il Signore come sempre, ci viene incontro e ci dice: bel programma, il lavoro è buono, si può andare avanti; Cristo agisce per l’uomo e lo salva, per la persona e la salva. è il mistero pasquale che viene celebrato con semplicità, ma con verità! Dobbiamo quindi essere autentici, altrimenti siamo sbalzati in pieno perché inefficaci.

Questo sito utilizza i cookie per semplificare e personalizzare l'esperienza di navigazione Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'