News Pastorale


 

Ciristianità ed Europa

Manifesto Creato

INFO VEGLIA PENTECOSTE

Locandina Nocciolo Cava

accoglienza reliquie beati Beltrame Quattrocchi

festa s. giuseppe 2017

manifesto Napoli

Invito CACCIARI 2016

veglia2016

LocandinaLaudatoSi

loc cacciari 2015

ricostruirelacitta

LocandinaCreato2015web 001

Locandina 27 giugno Pozzuoli

compendio dottrina sociale chiesa

immagine CHICCO DI FRUMENTO p1

 

 

 

 

 

Quattro percorsi particolari

 

1.      Le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani

Un percorso che attinge alla Dottrina sociale della Chiesa è l’esperienza delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, nate nel 1907 per iniziativa di Giuseppe Toniolo, a breve proclamato beato. Le prime Settimane Sociali si occuparono di temi molto concreti – dai contratti di lavoro alla condizione delle popolazioni rurali – perché il movimento cattolico stava portando su questi terreni il proprio impegno. Toniolo, ispirandosi alla Rerum novarum[1], intuì che questo era il modo di preparare un futuro impegno pubblico della Chiesa a fianco dei più poveri.

La prima Settimana Sociale si tenne a Pistoia e a Pisa nel 1907. Si svolsero ogni anno fino alla Prima guerra mondiale. Dal 1927, un ruolo importante nell’organizzazione delle Settimane Sociali fu assunto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, poi, nel 1935 arrivò la prima sospensione a causa degli attriti con il regime fascista. Ripresero dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, a Firenze su “Costituzione e costituente”, con la partecipazione di Giorgio La Pira. Le Settimane Sociali continueranno fino al 1970, per essere poi sospese.

A seguito delle sollecitazioni provenienti dal 2° Convegno ecclesiale nazionale, svolto a Loreto nel 1985, e dalla pubblicazione della nota pastorale Ripristino e rinnovamento delle Settimane Sociali dei cattolici italiani (20 novembre 1988) se ne riprende la celebrazione. Le prime edizioni rinnovate sono quella del 1991, a Roma, su “I cattolici italiani e la nuova giovinezza dell’Europa”; quella del 1993, a Torino, su “Identità nazionale, democrazia e bene comune” e quella del 1999, a Napoli, su “Quale società civile per l’Italia di domani?”. Nel 2004, la Settimana sociale si svolge a Bologna su “Democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri”, mentre, nel 2007, si è svolta a Pistoia-Pisa sul tema “Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano”, per ricordare i cento anni della prima.

La 46ª Settimana Sociale, svolta a Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010), ha messo “in agenda” alcune delle problematiche presenti nel nostro Paese: Intraprendere nel lavoro e nell’impresa, Educare per crescere, Includere le nuove presenze, Slegare la mobilità sociale, Completare la transizione istituzionale. Il primo risultato della Settimana Sociale è quello di aver suscitato un grande interesse e una notevole partecipazione, inedita e inaspettata, al cammino preparatorio e ai lavori della Settimana stessa da parte delle nostre diocesi e delle nostre associazioni. Le giornate di Reggio sono state occasione di dialogo cordiale e sereno e fanno ben sperare per il laicato cattolico una nuova stagione di impegno sociale e politico.

Nelle conclusioni venivano proposte tre parole capaci di conservare la memoria della 46a Settimana Sociale: unità, speranza, responsabilità. Nuove prospettive di unità sono aperte dall’esperienza del discernimento ecclesiale, lo sperare prende forma più definita attraverso lo stesso discernimento e dà energia spirituale alla responsabilità. La consapevolezza delle ragioni riassunte da queste parole ci aiuta ad evitare che la gioia si disperda in entusiasmi passeggeri, ma assuma la forma più solida della gratitudine e dell’impegno. C’è voglia di partecipare; senz’altro questo coinvolgimento porterà frutti di vitalità sociale e di crescita del bene comune o del bene di noi-tutti. Continuiamo a coltivare il “sogno” di una nuova stagione, di una nuova generazione di impegno sociale e politico.

2.      Le Scuole di formazione all’impegno socio-politico

Un secondo percorso è quello delle Scuole di formazione all’impegno socio-politico. All’indomani del 2° Convegno ecclesiale, i Vescovi pubblicano la nota pastorale La Chiesa in Italia dopo Loreto (9 giugno 1985) con l’intento di richiamare l’esperienza vissuta e riassumerne il messaggio, al fine di indicare alcuni traguardi di una responsabilità che si inserisce nel più ampio cammino della Chiesa italiana.

Da questo momento, si assiste in Italia a una stupenda fioritura delle Scuole, che nascono dalla volontà delle diocesi italiane di introdurre nuovi strumenti e delimitare luoghi diversi per la formazione sociale e politica, all’interno dell’itinerario formativo del laicato. La loro repentina diffusione e l’ampio consenso che esse incontrano sono la prova che rispondono a un bisogno diffuso nel mondo cattolico. Esse diventano un elemento trainante per la preparazione dei cristiani ad entrare direttamente in politica e agire per lo sviluppo dell’uomo. Tra le numerose iniziative sorte tra il 1980 e il 1990 si segnalano due esperienze principali: l’istituto “Pedro Arrupe” di Palermo e la “Scuola di formazione all’impegno sociopolitico” di Milano.

Attualmente, sempre più diocesi organizzano scuole di formazione all’impegno socio-politico, corsi di DSC, itinerari e percorsi di cittadinanza e di promozione del bene comune, in ossequio all’auspicio espresso da Benedetto XVI a Cagliari: «Maria santissima […] vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».[2]

Le suddette esperienze si caratterizzano per la loro struttura laboratoriale, in cui la riflessione sulla Dottrina sociale della Chiesa offre occasioni di confronto con persone, istituzioni, situazioni e problemi. Il loro compito primario è quello di evangelizzare e formare, educare i cristiani ad essere buoni cittadini; si tratta di «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (EN 19).

Il fedele laico, «formato alla scuola dell’Eucaristia, è chiamato ad assumere direttamente la propria responsabilità politica e sociale. Perché egli possa svolgere adeguatamente i suoi compiti occorre prepararlo attraverso una concreta educazione alla carità e alla giustizia. Per questo […] è necessario che nelle Diocesi e nelle comunità cristiane venga fatta conoscere e promossa la dottrina sociale della Chiesa» (SCa 91).

Anche il recente Sinodo sulla Parola di Dio non ha mancato di raccomandare l’evangelizzazione e la diffusione della Parola di Dio e la promozione di un’adeguata formazione secondo i principi della DSC di quanti sono impegnati nella vita politica e sociale. Essi «devono ispirare la loro azione nel mondo alla ricerca del vero bene di tutti, nel rispetto e nella promozione della dignità di ogni persona. Certo, non è compito diretto della Chiesa creare una società più giusta, anche se a lei spetta il diritto ed il dovere di intervenire sulle questioni etiche e morali che riguardano il bene delle persone e dei popoli. È soprattutto compito dei fedeli laici, educati alla scuola del Vangelo, intervenire direttamente nell’azione sociale e politica».[3]

La riflessione e l’approfondimento della Dottrina sociale della Chiesa permettono di guardare a Cristo, l’uomo perfetto, per poter realizzare delle città dal volto sempre più umano; «nella visione cristiana l’uomo non si realizza da solo, ma grazie alla collaborazione con gli altri e ricercando il bene comune. Per questo appare necessaria una seria educazione alla socialità e alla cittadinanza, mediante un’ampia diffusione dei principi della dottrina sociale della Chiesa, anche rilanciando le scuole di formazione all’impegno sociale e politico» (EVBV 54).

3.      Il Progetto Policoro

Il terzo percorso è il Progetto Policoro nato nel 1995, all’indomani del Convegno ecclesiale nazionale di Palermo, su iniziativa di mons. Mario Operti, allora direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro. Don Mario amava ripetere che «non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone». Questo è il Progetto Policoro, che rivela ancora oggi tutta la sua positività perché punta a valorizzare i giovani attraverso l’annuncio del Vangelo, l’educazione a una nuova cultura del lavoro e l’esprimere insieme gesti di speranza (cooperative, imprese), che inverano la parola annunciata e diventano segni di fiducia in territori che spesso vivono l’esperienza del lavoro nero, della criminalità, della disoccupazione.

Il Progetto coinvolge attivamente le diocesi italiane, anche attraverso la reciprocità tra le Chiese del Nord e del Sud, nell’ottica dello scambio dei doni che scaturisce dalla comunione ecclesiale. In questi quindici anni di attività si sono formati alla Dottrina sociale della Chiesa migliaia di giovani, che oggi sono fermento nuovo nei loro territori, e si sono costituite oltre cinquecento realtà cooperative o imprenditoriali, che sono il segno concreto di una speranza evangelica capace di germogliare nei cuori e nelle opere delle persone.

I giovani, che risentono sempre più di un lavoro flessibile, precario o assente, trovano nel Progetto la fiducia finora negata, il segnale concreto di rinnovamento e di speranza che ha loro per protagonisti (cfr PSCM 12). Anche la Caritas in veritate ha sottolineato il nesso diretto tra povertà e disoccupazione come «risultato della violazione della dignità del lavoro umano» (n. 63), perché l’uomo viene limitato nella possibilità di esprimersi e vengono svalutati i diritti che scaturiscono dal lavoro, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia.

La disoccupazione può essere sconfitta solo se si creano posti di lavoro, solo se esistono imprenditori che scommettono sulla riuscita della loro impresa. Vi sono profondi legami tra l’impresa e il territorio su cui opera. La gestione dell’impresa deve caratterizzarsi per una responsabilità sociale che tenga conto non solo degli «interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento» (CV 40). Anche per il Progetto Policoro fare impresa significa stabilire un patto per la crescita del territorio.

L’essere estromessi dal lavoro per lungo tempo o anche la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. È importante ribadire che «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: l’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale» (CV 25).

C’è bisogno di persone che vivano il «processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto» (CV 47) ed agiscono in campo economico e finanziario «in modo etico così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell’uomo e dei popoli […]. Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte esperienze nel campo della cooperazione di credito» (CV 65). In queste espressioni di Benedetto XVI non possiamo non ritrovare le peculiarità del Progetto Policoro.

Il Progetto Policoro da sogno di don Mario è diventato un’idea che si organizza e diviene impresa, a tutti noi rimane il compito di custodirlo come un dono perché continui a essere per le nostre Chiese accoglienza e profezia del nuovo che emerge all’orizzonte del Sud per l’intero Paese.

4.      Una spiritualità per un nuovo modello di vita[4]

Le comunità cristiane possono contribuire allo sforzo culturale e spirituale necessario per un nuovo modello di vita. Al cuore di esso sta l’individuazione dei valori fondamentali da incarnare nella vita di ogni giorno:

  • la persona umana, centro al quale riferire ogni problematica attinente al lavoro;
  • il lavoro, componente essenziale della realizzazione della persona, senza tuttavia che esso rappresenti lo scopo finale della vita (valore ‘penultimo’);
  • il lavoro, contributo alla realizzazione del regno di Dio e alla costruzione della comunità in una dimensione di solidarietà e responsabilità;
  • il lavoro, diritto e dovere senza diventare schiavitù: la piena occupazione come obiettivo da ricercare insieme alla compatibilità con le istanze di realizzazione ed impegno nella famiglia, nella comunità, nel volontariato.

A pungolo del nuovo modello di vita occorre mettere una rinnovata spiritualità del tempo. In una società come la nostra è necessaria una risistemazione dell’uso del tempo, aiutandoci ad approfondire la libertà di scelta; dalla scelta sul mercato tra beni e servizi, alla scelta dei piani di vita. La novità consiste nel ripensare in maniera creativa l’alternanza tra tempo di lavoro, tempo di formazione e tempo libero.

La ricerca della sapienza di vita deve prendere il sopravvento sull’indifferenza, per evitare che il tempo di lavoro sia “tempo perso per la vita”, per opporsi alla separazione del tempo di riposo dal “tempo della festa” e alla separazione tra lavoratore e consumatore. Ragionare sul tempo e sulla centralità della persona porta a relativizzare il lavoro ma anche a correlarlo con quelle dimensioni che lo completano. La motivazione ultima della riflessione è da ritrovarsi nell’evento Gesù Cristo, Alfa e Omega del tempo: il tempo abitato dal Risorto, Signore della storia, «non è la bara delle nostre illusioni, ma la culla di un futuro sempre nuovo, l’opportunità che ci viene data per trasformare i momenti fugaci di questa vita in semi di eternità».[5]

La questione lavoro, insieme a quella della famiglia, può essere il campo di sperimentazione di un nuovo modello di parrocchia: il nostro compito infatti non sembra essere quello di creare un mondo a parte quanto quello di evangelizzare questo mondo.

Proviamo ad ipotizzare attività parrocchiali:

  • la valorizzazione dei momenti formativi già esistenti (corsi in preparazione ai sacramenti, catechesi per adulti, gruppi famiglia e simili) per inserire un’appropriata riflessione sul lavoro;
  • la creazione di alcuni momenti e luoghi di ascolto e riflessione; dove il lavoratore possa crescere in cultura assimilando i criteri di valutazione etici della realtà, destinazione universale delle risorse, pari dignità di ogni lavoro e di ogni lavoratore, amore preferenziale per i poveri, luogo di lavoro come palestra quotidiana di solidarietà, impresa come espressione di creatività e partecipazione, diritto dei lavoratori ad aggregarsi per una rappresentanza solidale che tenga conto del bene comune, attenzione al lavoro autonomo e alle libere professioni;
  • l’offerta di momenti speciali (celebrativi e non), per accompagnare giovani ed adulti in alcuni passaggi di vita in diretta relazione con l’attività lavorativa (ultimo anno della scuola superiore, fine università, accompagnamento disoccupati, momento del pensionamento);
  • la testimonianza di trasparenza della parrocchia, con attenzione alla legalità e alla solidarietà (bilanci pubblici, rispetto della normativa contrattuale verso i collaboratori, uso del denaro per gli scopi designati, attività di volontariato, aiuto agli emarginati, ecc.);
  • la cura di una celebrazione della fede a partire dalle situazioni esistenziali, utilizzando le opportunità che già la liturgia mette a disposizione per aiutare il popolo di Dio a portare a Messa la vita, il lavoro e l’impegno per una società più giusta e solidale (non come un ‘di più’ ma come il culto autentico gradito al Signore);
  • l’iniziativa missionaria sul territorio, in varie forme, con la cura di sviluppare piccole comunità stabili, gruppi di lavoratori di varie categorie, in cui si coniughino primo annuncio, Parola di Dio e ascolto della vita;
  • una settimana all’anno dedicata al sociale (culminante in qualche gesto significativo in occasione del 1° Maggio e della festa di S. Giuseppe Lavoratore) con attenzione privilegiata a tre aree: legalità, solidarietà e pace;
  • la collaborazione con gli Uffici diocesani della pastorale del lavoro e le aggregazioni laicali impegnate nell’apostolato d’ambiente per stimolare i laici della comunità a iniziare gruppi di prima evangelizzazione anche nei luoghi di lavoro.

Affidando queste semplici considerazioni e questi suggerimenti operativi alle Chiese che sono in Italia, siamo confortati dalle parole di Gesù che a Marta, affannata per le troppe cose da fare e critica nei confronti della sorella che perdeva tempo seduta ai piedi del Maestro ad ascoltare la sua voce, ricorda che «una sola è la cosa di cui c’è bisogno», quella che ha scelto Maria e che «non le sarà tolta» (Lc 10,42). Ancora oggi la Chiesa in quell’episodio del Vangelo rilegge il mistero della sua presenza nel mondo e di ogni sua espressione pastorale: stare ai piedi di Gesù per poter servire con cuore libero e generoso i fratelli; e la pastorale sociale e del lavoro ritrova nella famiglia di Betania un modello di vita e di impegno: servire il mondo con il cuore di Maria e con le mani di Marta.

[1] Leone XIII, Lettera enciclica Rerum novarum, 15 maggio 1891.

[2] Benedetto XVI, Omelia, 7 settembre 2008.

[3] Idem, Esortazione apostolica Verbum Domini, 30 settembre 2010, n. 100.

[4] Tratto da: Lavoro e comunità cristiana. Un messaggio pastorale per una “qualsiasi” comunità parrocchiale, in: Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, La questione del lavoro oggi: nuove frontiere dell’evangelizzazione. Orientamenti, novembre 1998.

[5] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 84.

Questo sito utilizza i cookie per semplificare e personalizzare l'esperienza di navigazione Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'