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  • Privilegiare l’evangelizzazione e l’educazione

L’Ufficio è ricco di una molteplicità di ambiti nei quali già si esplicita un forte impegno educativo alimentato dal Vangelo e dalla Dottrina sociale della Chiesa. Alla luce degli orientamenti Educare alla vita buona del Vangelo[1] rinnoviamo l’impegno nei confronti di ogni lavoratore, nel segno di un’attenzione nuova verso la profonda relazione tra la fede e la vita. Siamo chiamati ad abbracciare tutta la vita come vocazione, «che è essenzialmente chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amore. La nostra azione educativa deve riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria» (EVBV 23). Nella fedeltà agli orientamenti Evangelizzare il sociale, che indica alle comunità ecclesiali le prospettive unitarie di una autentica pastorale sociale, siamo invitati a continuare a vivere nella Chiesa quell’intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione per portare a pienezza l’umanità seminando cultura e civiltà.

  • Coniugare gli ambiti dell’Ufficio fra di loro, pur non facendone perdere la specificità

L’uomo attraverso il suo lavoro è chiamato a custodire il creato come dono per tutti, a instaurare relazioni di giustizia con Dio, nell’amore e nella preghiera, con il prossimo, nel servizio e nel dono di sé, e con se stesso, nell’offerta della propria vita, a imitazione del nostro maestro: Gesù.

Primo contributo alla soluzione dei problemi complessi che la nostra società è chiamata ad affrontare è il ritorno alla verità di Cristo di cui ci siamo discepoli e testimoni. Come cristiani abbiamo la responsabilità di annunciare Cristo ed educare, ricercando con sapienza la modalità per coniugare fra di loro gli ambiti dell’Ufficio (lavoro, economia, politica, giustizia e pace, custodia del creato) che, anche per loro natura, non possono essere considerati separatamente, ma esplicitati e declinati in un ottica di sviluppo umano integrale.

  • Declinare il lavoro e la festa per una pastorale che interagisca con gli altri Uffici pastorali

In diverse relazioni il lavoro e la festa sono stati considerati chiave di interpretazione della vita umana, in particolare il riposo che va rimesso anche al centro dal punto di vista pastorale. Lavoro e festa non sono realtà giustapposte o contrapposte, ma l’una rende l’altra più umana e più divina. La festa fa uscire il lavoro dall’oppressione disumanizzante e lo rende partecipazione all’opera creativa di Dio e il lavoro fa uscire la festa dal mero rifugio nel sacro e la fa vivere come incontro con Dio e i fratelli. La capacità di vivere il lavoro e la festa come compimento della nostra vocazione ci permette di vivere appieno la festa del lavoro e il lavoro nella festa. Il senso del lavoro e della festa scaturiscono dal senso e dalla dignità della vita.

  • Ripartire con l’educazione al lavoro, al sociale, alla giustizia, alla pace, al creato

Un altro elemento importante è la rilevanza del tema educativo che coinvolge tutto l’uomo e quindi i diversi ambiti dell’Ufficio e le diverse dimensioni della vita umana. L’obiettivo primario di questo impegno è di fare emergere le potenzialità straordinarie che ogni uomo possiede se posto nelle condizioni di incontrare la verità di Cristo come via per cogliere la verità su se stesso. Questa dinamica presuppone un’educazione al “perché” e non solo al “come fare”. Seguendo la Caritas in veritate, bisogna proporre un’educazione dell’uomo nella sua integralità e attraverso la rilevanza dell’essere sul fare, non sempre percepibile anche in alcuni atteggiamenti pastorali che si rifanno a prassi o esperienze che travalicano e travisano qualche volta il senso profondo della nostra azione che dovrebbe rimanere, innanzitutto e soprattutto, azione di evangelizzazione e di formazione culturale nei confronti degli ambiti propri dell’Ufficio.

  • Rilanciare una spiritualità del quotidiano

Rimane fondamentale avere come riferimento la dinamica del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, secondo il dettato della Redemptor hominis[2] di Giovanni Paolo II, che pone al centro Dio all’interno della vita ordinaria che, come tale, assume i connotati autentici di una vita “abitata” da Dio, rifuggendo sia lo spiritualismo intimista sia l’attivismo sociale, comunitario e personale. La liturgia, le nostre braccia alzate verso Dio, vissuta nella bellezza dei riti e dei luoghi, ricondotta al suo splendore, alla sua dignità e al suo tempo, è richiamo all’essenziale, a Dio, e suscita in ciascuno di noi bellezza interiore e dona profondità di senso alla vita, perché tempo di Dio e proprio per questo tempo dell’uomo.

Queste prospettive sono accomunate dal tentativo di riportare al centro di ogni riflessione pastorale l’obiettivo di guardare a Gesù come modello e maestro di vita. L’attenzione dev’essere riposta sulla centralità di Cristo prima ancora che sui problemi sociali, tenendo conto della situazione concreta e quotidiana che l’uomo è chiamato a vivere ogni giorno. Questa continua attenzione rappresenta l’occasione attraverso la quale è possibile incontrare e far incontrare Cristo come «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). L’amore di Dio pienamente e definitivamente manifestatosi in Gesù Cristo è ciò di cui è possibile far fare l’esperienza agli uomini nella situazione concreta in cui si trovano, con carità e nella verità. «In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto» (CV 1).

[1] Idem, Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, 4 ottobre 2010 [EVBV], n. 50.

[2] Cfr Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptor hominis, 4 marzo 1979, n. 13.

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