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Accenni di storia dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro

 

La Chiesa esiste per evangelizzare,[1] per annunciare che Gesù Cristo è il nostro unico Salvatore e si sente chiamata, in una missione permanente, ad «educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come lui, a sperare come insegna lui, a vivere in lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede».[2] Rispondendo al perenne compito evangelico, anche la Chiesa italiana ha riconosciuto la necessità di un ambito specifico della pastorale con il compito fondamentale di evangelizzare il sociale e il variegato mondo del lavoro.

 

Primi passi

Già Pio XII aveva guidato l’impegno sociale con un continuo insegnamento; i suoi discorsi alle varie categorie di lavoratori e di uomini impegnati nella società furono un preciso punto di riferimento. Egli istituì la festa liturgica di san Giuseppe lavoratore nel giorno del 1° maggio e affidò ogni uomo che lavora sotto la custodia dell’umile artigiano di Nazaret, che «impersona presso Dio e la Santa Chiesa la dignità del lavoratore».[3] Sostenuti dal Santo Padre sorsero, specialmente negli anni 1940-1950, molteplici Associazioni di laici basati sulla consapevolezza che i cristiani possono offrire un loro apporto originale per la costruzione della società. L’Azione Cattolica fu stimolata a impegnarsi nel mondo del lavoro attraverso i settori, per lo più giovanili, dei lavoratori e dei rurali; sorsero le Acli, per la preparazione di uomini impegnati nel mondo del lavoro e nel sociale, e presero vita molteplici Associazioni professionali. Il Magistero Pontificio e il Concilio Vaticano II confermarono questo impegno e aprirono nuovi orizzonti.[4]

Il Concilio Vaticano II e il “post-Concilio” portarono un’acquisizione aggiornata dell’impegno pastorale della Chiesa e iniziarono a prospettare una “pastorale d’insieme”, incarnata nella storia e rispondente al nuovo che stava emergendo. Si sviluppò in questo contesto l’idea che anche la pastorale sociale e del lavoro non poteva essere delegata a qualche Associazione o Movimento, ma doveva essere assunta dalla Chiesa in quanto Chiesa.

 

La Conferenza Episcopale Italiana e la pastorale del lavoro

Dal 13 al 15 ottobre 1959 la Conferenza Episcopale Italiana tiene la sua VI riunione annuale a Roma, sotto la presidenza del Card. Giuseppe Siri. Nel corso dei lavori vengono istituite cinque commissioni per lo studio di «urgenti problemi della vita religiosa in Italia» e per seguire con particolare rilievo il settore ad ognuna affidato. È in questa occasione che nasce la commissione per l’attività «assistenziale e sociale», guidata dal Card. Alfonso Castaldo. La CEI manifesta così l’attenzione nei confronti di «tutti coloro, datori di lavoro e prestatori d’opera, che si adoperano per portare N. S. Gesù Cristo nel mondo del lavoro; e segnala in questo campo l’impegno generoso dei sacerdoti dedicati all’apostolato dei ceti operai e lo sviluppo delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani».[5]

La prima assemblea generale post-conciliare si riunisce il 21 giugno 1966, sotto la presidenza del Card. Giovanni Urbani; si lavora per definire sempre meglio la fisionomia e la struttura della CEI che ha visto da poco approvato il nuovo Statuto. Si approvano tredici commissioni e tre comitati; tra le commissioni si istituisce quella «per il mondo del lavoro». Essa «dovrà avere una sua chiara impostazione, che rifugga da visioni settoriali, ma consideri sotto il profilo pastorale tutti i problemi del mondo del lavoro, sia esso il mondo degli operai in fabbrica o dei contadini o dei coltivatori in proprio, o infine degli artigiani, dei commercianti». Nello svolgimento della sua attività, la commissione sarà coadiuvata da organismi di studio già esistenti e da associazioni approvate dalla Chiesa per i vari settori, come l’ONARMO, le ACLI, la Coldiretti, la ACAI, l’UCIC. Nei vari settori di competenza si fa affidamento sulla presenza di «sacerdoti specializzati, ma anche di laici, la cui testimonianza cristiana è franca ed aperta, qualche volta capace di sacrificio fino all’eroismo. Una pastorale organica per il mondo del lavoro appare come la più urgente e forse decisiva per la fedeltà a Cristo di molti cristiani». Gli uffici che realizzeranno i lavori delle commissioni saranno coordinati dalla Segreteria generale.[6]

 

I Gruppi sacerdotali: nazionali e locali

La CEI si esprime ancora sulla pastorale del lavoro il 14 novembre 1970. I vescovi confermano che essa «è opera congiunta di tutta la Chiesa nel quadro di una pastorale organica» e rinsaldano l’impegno di incrementarla affidando a una «Commissione lo studio del rinnovamento e del potenziamento della pastorale del lavoro». Si pensa di costituire in gruppi unitari, a livello diocesano, regionale e nazionale, i sacerdoti addetti alle diverse associazioni e ai vari organismi del mondo del lavoro, al fine di armonizzare il loro studio e la loro azione. Essi collaboreranno con le parrocchie, le diocesi, le conferenze regionali e la Conferenza nazionale. «Il sacerdote sarà così in grado di essere presente nelle associazioni e negli organismi con omogeneità di orientamenti e con maggiore efficacia». Inoltre, «per favorire la ricerca di valide risposte dottrinali ai complessi problemi del mondo del lavoro si ritiene necessaria la costituzione di un Centro studi al servizio dell’episcopato e in particolare della suddetta Commissione e del gruppo sacerdotale. Il Centro potrà anche contribuire alla formulazione di un programma organico nella rinnovata pastorale del lavoro».[7]

Il Consiglio di presidenza della CEI, riunitosi a Roma il 6 maggio 1971, allo scopo poi di sviluppare sempre più efficacemente la pastorale del lavoro e preso «atto di alcune scelte, recentemente operate dalle ACLI in piena loro autonomia», stabilisce di costituire in ogni diocesi un gruppo di sacerdoti che si dedicano alla pastorale del mondo del lavoro, che può essere coordinato da un delegato vescovile. «Scopo di tale collaborazione è quello di sensibilizzare le varie comunità e le diverse zone pastorali ai nuovi problemi che interessano il settore. È speciale compito del gruppo quello di assistere spiritualmente i lavoratori, le associazioni e i movimenti che secondo proprie finalità e diverse esigenze, a giudizio del vescovo, richiedono particolare cura di evangelizzazione e di formazione, e di offrire il loro ministero a situazioni, a iniziative e a manifestazioni che accolgano liberamente una presenza religiosa». In ogni conferenza regionale sarà compito di un vescovo o di un sacerdote tenere i contatti con i singoli delegati diocesani, allo scopo di promuovere iniziative comuni e dare una certa uniformità alle direttive della CEI. Le funzioni esecutive sono affidate a S.E. Mons. Santo Quadri, nominato vescovo delegato per la pastorale del lavoro che, collaborando eventualmente con altri vescovi e alcuni sacerdoti, dovrà tenere i contatti con tutte le associazioni e i sacerdoti delegati nelle singole regioni: «in modo particolare, per promuovere incontri di sacerdoti e di laici intensamente impegnati in una linea formativa e apostolica nel mondo del lavoro».[8]

 

1° Convegno nazionale della pastorale del lavoro e prime Note pastorali

Il 4 dicembre 1971, nel corso del 1° Convegno nazionale della pastorale del lavoro organizzato dal Gruppo sacerdotale nazionale, il Papa Paolo VI incontra in udienza i sacerdoti che seguono questo particolare ambito. In quell’occasione offrì, assieme al discorso preparato per l’occasione, un decalogo della pastorale del lavoratore. I dieci punti possono essere così sintetizzati: 1. avvicinare i lavoratori; 2. uno sforzo per comprendere; 3. i lavoratori sono soggiogati da ideologie diverse:comunismo e liberismo; 4. la certezza che noi abbiamo un messaggio che non dobbiamo mutuare dagli altri; 5. far sentire ai nostri lavoratori che non andiamo come colonialisti; 6. il lavoro; 7. la coscienza morale; 8. la coscienza sociale; 9. l’azione; 10. l’annuncio di Gesù Cristo.

Le prime scelte operate dal Gruppo sacerdotale nazionale, guidato da S.E. Mons. Quadri, furono: conoscere i lavoratori (la loro cultura, la loro condizione, i loro problemi e aspirazioni), amare i lavoratori (amore manifestato con atteggiamenti di ascolto, comunione, servizio); il rapporto tra la pastorale del mondo del lavoro e il “Movimento operaio”; la pastorale d’insieme (evangelizzazione, animazione cristiana); strutture della pastorale del lavoro (Gruppi sacerdotali, Commissioni diocesane, Delegato diocesano, zone pastorali, parrocchie, fabbriche, Gruppi di laici della pastorale del lavoro, associazioni laicali).

Tuttavia, la pastorale del lavoro rimaneva quasi esclusivamente un’opera dei sacerdoti mentre i laici erano raramente coinvolti. Si tentò di dare una soluzione al problema istituendo i gruppi della pastorale del lavoro denominati “gruppi di evangelizzazione”, tendenti a promuovere un impegno dei lavoratori cristiani per l’annuncio del vangelo nel loro mondo. Altro problema era costituito dall’assenza nel Gruppo sacerdotale dei “preti operai”, esperienza che si andava sviluppando anche in Italia. Per una fattiva collaborazione si auspicava un dialogo aperto e senza pregiudizi; situazione che non si verificò per lungo tempo per difficoltà sorte dall’una e dall’altra parte.

L’11 novembre 1973 furono pubblicati, a cura della Commissione Episcopale per i problemi sociali, due Note pastorali che dovevano essere di supporto ai contenuti e all’organizzazione della pastorale del lavoro: “La Chiesa e il mondo rurale italiano” e “La Chiesa e il mondo industriale italiano”. I due documenti, rappresentavano un primo passo importante verso l’inserimento della pastorale del lavoro nella pastorale ordinaria e verso il coinvolgimento di tutti i Vescovi in una riflessione su un tema pastorale spesso troppo dimenticato.

 

L’Ufficio Nazionale per la pastorale del mondo del lavoro

Dal 22 al 24 aprile 1975 il Consiglio permanente della CEI si riunisce in sessione ordinaria; tra i principali punti discussi troviamo la pastorale del mondo del lavoro. A questo proposito, «il consiglio ha preso atto con soddisfazione della costituzione dell’Ufficio per la pastorale del mondo del lavoro, destinato a operare con continuità all’interno della Segreteria generale della CEI. Suoi compiti istituzionali, come per gli altri uffici, sono quelli di seguire e documentarsi sulla realtà, mantenere i collegamenti e coordinare quanto viene fatto a livelli diversi, stimolare all’impegno persone e gruppi nelle comunità locali e negli ambienti professionali. L’Ufficio, man mano se ne presentano le possibilità, verrà articolato in modo da corrispondere alle esigenze dei principali settori socio-produttivi. Accanto al mondo operaio, un’attenzione particolare verrà data a quello rurale».[9] Primo direttore dell’Ufficio è Mons. Fernando Charrier (dal 1975 al 1985).[10]

S.E. Mons. Enrico Bartoletti, Segretario Generale della CEI, partecipando nel gennaio 1976 alla Consulta nazionale della pastorale del lavoro, affermava che la costituzione dell’Ufficio è segno che ora tutta la Chiesa assume in pieno, con responsabilità totale, il servizio pastorale nel mondo del lavoro. Tutti debbono farsene seriamente carico pur essendo affidata ad alcuni in particolare: sacerdoti e laici. L’Ufficio Nazionale rappresenta il segno visibile della volontà della Chiesa di inserire la pastorale del lavoro nell’Organismo operativo della CEI come centro di ascolto, di orientamento e di azione pastorale. Tale struttura (Ufficio) dovrà realizzarsi in ogni regione e diocesi. È un auspicio e un invito. Forse le strutture avranno denominazioni diverse, anche se sarà meglio denominarle Commissione diocesana e regionale, e tuttavia avranno i medesimi compiti. La pastorale del lavoro è un impegno da prendere sul serio; impegno che richiede in ciascuno, competenza e inventiva, ma anche umiltà e fiducia.

Con la costituzione dell’Ufficio Nazionale per la pastorale del mondo del lavoro venne meno la figura del Vescovo delegato della CEI, e la Commissione episcopale per i problemi sociali assunse la denominazione “Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro”.

Il cammino pastorale che è stato fatto in questi decenni, ai diversi livelli, ha conosciuto alcuni momenti significativi che hanno testimoniato la convinzione che l’impegno di evangelizzazione ed educazione alla fede nel mondo del sociale e del lavoro si svolge nella duplice fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo. «Non si tratta di due preoccupazioni diverse, bensì di un unico atteggiamento spirituale, che porta la Chiesa a scegliere le vie più adatte, per esercitare la sua mediazione tra Dio e gli uomini. E l’atteggiamento della carità di Cristo, Verbo di Dio fatto carne» (RdC 160).

 

La nota “Evangelizzare il sociale”

Nel 1992, con la pubblicazione della nota Evangelizzare il sociale, la pastorale del lavoro considera il «lavoro nel contesto più ampio delineato dall’economia e dalla politica. Lavoro, economia e politica devono essere considerati insieme come elementi di un’unica problematica sociale e pastorale». Nasce così la pastorale sociale che «esprime il servizio e testimonia la sollecitudine della Chiesa per il mondo del lavoro, dell’economia e della politica» (ES 35). L’Ufficio prende il nome attuale di: Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro.

La Nota evidenzia «la centralità dell’uomo dentro la società, di quest’uomo reale, concreto e storico che Cristo ha affidato alla cura e alla responsabilità della Chiesa» (ES 37) e presenta le aberrazioni cui può giungere l’uomo quando si volge contro Dio: «il rifiuto di rispettare la dignità di ogni persona umana, come avviene con la lotta di classe; il dominio delle cose sugli uomini, quale limite del capitalismo; la negazione della trascendente dignità della persona umana, radice del totalitarismo moderno; l’insensata distruzione dell’ambiente naturale; la distorsione e la corruzione del diritto» (ES 39).

Preziose e attuali sono le sottolineature relative al lavoro, all’economia e alla politica.

– Il lavoro. «Il primo problema da affrontare è quello di aiutare il mondo del lavoro a uscire dalla logica economicistica, all’interno della quale esso naviga, per così dire, tra due scogli: quello rappresentato dalla riduzione di tutto l’uomo alla sola dimensione di lavoratore e quello che tende a ridurre il lavoro a un settore circoscritto e separato dell’esistenza umana. Per evitare di naufragare sull’uno o sull’altro scoglio dobbiamo riferirci ai criteri-guida chiaramente formulati dall’enciclica Laborem exercens:[11] il primato dell’uomo sul lavoro, il primato del lavoro sul capitale e il primato della destinazione universale dei beni sulla proprietà privata» (ES 41).

– L’economia. «Le grandi sfide alle quali lo sviluppo economico e sociale deve far fronte richiedono un salto di qualità nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. La scienza e la tecnologia allargano il ventaglio delle scelte possibili; si dilata, di conseguenza, l’area di responsabilità dei diversi soggetti» (ES 46). Occorre «ridare alla teoria economica la sua valenza umana e comunitaria. Per gli imprenditori e i manager in generale, e sicuramente per quelli che sono cristiani, l’economia deve essere anzitutto un servizio reso alla comunità. Analogamente, le organizzazioni sindacali devono allargare gli ambiti della cooperazione e della solidarietà sociale e sviluppare pratiche di partecipazione e di attiva responsabilizzazione in ordine alla quantità e qualità del lavoro» (ES 47).

– La politica. «Il superamento della crisi della politica passa attraverso il ritrovamento di quelle ragioni etiche della convivenza sociale che sono la vera anima della democrazia. Sulle ragioni alte della politica e dell’esercizio del potere il Vangelo non è neutrale e indifferente, perché propone i grandi valori antropologici e morali attorno ai quali si deve realizzare l’impegno unitario dei cristiani. Essi sono in particolare, come si legge nel documento Evangelizzazione e testimonianza della carità: il primato e la centralità della persona, il carattere sacro e inviolabile della vita umana in ogni istante della sua esistenza, la figura e il contributo della donna nello sviluppo sociale, il ruolo e la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio, la libertà e i diritti inviolabili degli uomini e dei popoli, la solidarietà e la giustizia a livello mondiale» (ES 49).

Nei nn. 80-88, la Nota si sofferma sull’organizzazione della pastorale sociale.

 

Il cammino percorso

Il cammino pastorale effettuato in questi decenni, ai diversi livelli, ha conosciuto alcuni momenti significativi che hanno testimoniato la convinzione che l’impegno di educazione alla fede non può dimenticare «l’azione dell’uomo per la sua liberazione integrale, la ricerca di una società più solidale e fraterna, le lotte per la giustizia e per la costruzione della pace».[12] In particolare alcuni documenti della Conferenza Episcopale Italiana e della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro (a cui si aggiungono i numerosi sussidi e testi prodotti dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro) costituiscono, in linea con il Magistero papale, le tappe miliari di un fecondo cammino e continuano ad offrire indicazioni e orientamenti che conservano la loro attualità.

[1] Cfr Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 14.

[2] Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento della catechesi, 2 febbraio 1970 [RdC], n. 38.

[3] Pio XII, Discorso in occasione della festività di San Giuseppe, 1° maggio 1955.

[4] La presente ricostruzione storica tiene conto del testo di Fernando Charrier, Brevi cenni di storia, in: Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, Notiziario n. 8, dicembre 2000, pp. 76-86.

[5] Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Comunicato finale dopo la VI riunione, Roma, 15 ottobre 1959: in Enchiridion Cei. Decreti, dichiarazioni, documenti pastorali per la Chiesa italiana, 1° volume (1954-1972), EDB, 19893 [ECEI 1], nn. 155-162.

[6] Cfr Giovanni card. Urbani, Fisionomia e struttura della CEI, Roma, 21 giugno 1966: in ECEI 1, nn. 662-743.

[7] Conferenza Episcopale Italiana, Pastorale del lavoro, Roma, 14 novembre 1970: in ECEI 1, nn. 3511-3514.

[8] Consiglio di presidenza della CEI, La pastorale nel mondo del lavoro e le ACLI, Roma, 6 maggio 1971: in ECEI 1, nn. 3701-3711.

[9] Cfr Consiglio permanente della CEI, Comunicato stampa, Roma, 24 aprile 1975: in Enchiridion Cei. Decreti, dichiarazioni, documenti pastorali per la Chiesa italiana, 2° volume (1973-1979), EDB, 19893 [ECEI 2], nn. 2052-2057.

[10] Alla direzione dell’Ufficio si sono avuti Mons. Giampaolo Crepaldi, dal 1985 al 1994; Mons. Mario Operti, dal 1995 al 2000; e Mons. Paolo Tarchi, dal 2000 al 2008.

[11] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem exercens, 14 settembre 1981.

[12] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Catechesi tradendae, 16 ottobre 1979, n. 29.

 
 
 
 
 
 
 
 

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